UNA CADREGA IN NEPAL 2006

IL RACCONTO

14 Febbraio - 10 Marzo 2006

Eccomi nella Capitale del Nepal, pronta ad accogliermi, tra riscio’ sgangherati quanto colorati, animali liberi di pascolare, taxi, clacson ed inquinamento che pizzica la gola.

Un formicaio vero e proprio la metropoli, gente ovunque e a tutte le ore, confusione pura.

Kathmandu’, dove la vita scorre tra strade e templi, palazzine fatiscenti ed edifici storici, un mix in continua evoluzione e, allo stesso modo, pressoche’ identico a quello che avevo lasciato un lustro prima in una veloce visita.

Kathmandu’, che fisso come base di arrivo di partenza e di ripartenza in questo viaggio di due mesi.

Citta’ che vivo il tempo di staccare un biglietto in agenzia ( non prima d' aver appiccicato l' adesivo ) per un volo interno diretto ai 2.880mt di Lukla.

Base classica di partenza di un altrettanto classico trekking verso l’ Everest. Un itinerario solitamente battutissimo, non in questa periodo.

Siamo ai primi di Febbraio, il freddo si fa pungente, la neve e’ il rischio ed il cielo é velato da nubi infinite.

Una luce filtrata dunque, che non permette gli scatti "sensazionali" che invece la natura circostante regala.

Da questo punto di vista," puramente tecnico", era meglio venire qui prima, ottobre e novembre i mesi migliori, cielo terso e... una "maglia della salute" in meno ( che non guasta ) !!.

Ma io non avevo scelta.

Intraprendere "presto" questo viaggio avrebbe significato rischiare lungo il fiume, ancora gonfio d’ acqua per la stagione monsonica, nella successiva fase dell’ avventura.

Con nelle due sacche stagne indumenti pesanti e giacca tecnica, oltre al saccoletto -15, salgo sul volo di primo mattino.

Due persone ai comandi, l' hostess carinissima, due passeggeri, oltre al sottoscritto e a quintalate di generi alimentari legate al posto dei sedili in carlinga, alla mia bici, e alla “cadrega".

Questo il termine dialettale deciso.

E del resto solo così potevo battezzare lo strampalato oggetto rosso che mi aiuterà nell' impresa. ( vedere la realizzazione sopra - clicca qui per il racconto/preparazione )

In meno di un ora dall’ accensione dei motori eccomi a destinazione con un volo traballante grazie alle sferzate di vento che queste immense vette consegnano a piene mani nelle vallate.

Tant’e’ che, sovente, nei collegamenti vi sono ritardi e/o cancellazioni.

Un appunto, all’ andata, sedetevi sulla sinistra, la miglior vista sulla catena Himalayana, che vi freddera’ per imponenza, e’ da quella parte.

Nubi permettendo... ovviamente !!

All’ arrivo, solito capannello di curiosi oltre agli immancabili sherpa.

Guadagno l’ uscita del piccolo aereoporto e, percorrendone il perimetro, raggiungo una prima Guest House. Un tea caldo e’ la saggia decisione, o, e pure la mia "vera" colazione.

Metto mano all’ equipaggiamento, Lukla è "in piano", c’e’ da rimontare la bicicletta, foto "informale" con un monaco di passaggio, sarei pronto...ma...

Ma, nella movimentazione-mattutina, sorpresa negativa, si è spaccata esattamente a metà la pompa per le ruote..

Inutili i tentativi, presso l’ unica scuola presente quassù, con un rudimentale aggeggio che adoperano per gonfiare i palloni da gioco.

Rimangono due cose da fare : sedersi in quell' internet-point e coordinarne l’ acquisto di una nuova, a mezzo telefono, in citta.

E l’ indomani con i voli mattutini augurarmi di poterla ricevere. Andra’ cosi’, si parte.

Via, sul lastricato passaggio tra le case che caratterizza questo borgo arroccato, ad ingarellarmi con un bimbo e la sua mini/bmx, tra galline, cani e curiosi all’ uscio..

Per un po sara’ possibile pedalare, il sentiero corre stretto e nervoso in leggera discesa, ma è’ abbastanza largo e sicuro.

Intervallato da qualche pezzo per cui e’ il caso di scendere di sella, una buona fetta di percorso trekking la lascio alle spalle.

Fino alla prima, terribile scalinata, in discesa anch’ essa.

Bene specificarlo : si pensa alla salita al Campo Base e, invece....si scende...

Com' è ?

E’ cosi, è un continuo salire e scender di quota e, giusto per darvi un idea, sappiate che l’ intero trekking, coi 5.540 mt dell’ obiettivo, e’ pari a qualcosa come 9mila e piu’ metri di dislivello reale.

In serie, sempre a scendere, un ponte tibetano di nuova generazione ( tiranti in acciaio e fondo in grigliato sempre d’ acciaio ) che, noncurante, affronto sui pedali.

Lungo, stretto e terribilmente alto, ma me ne accorgo solo a meta, guardando giu. Fa impressione, meglio rilanciare e arrivare di la in fretta !!

Mi riprometto di pensarci la prossima volta.

Intanto e’ venuto il momento di caricare il mezzo in spalla, cominciano i gradini e per un po sara’ cosi, il finale verso la prima Tea House e’ tutto in salita, oggi collaudo la “cadrega”.

24kg di peso complessivo sono un bel fastidio, ed e’ un attimo sbilanciarsi.

Avanzo dunque con calma, incrociando ora colonne di yack, ora portatori, ai quali affido la telecamera per immortalare il mio lento incedere.

Gentili operatori video che fan del loro meglio e che, pronti, mi raggiungono a monte evitandomi altri metri di strada.

L’ avvicinamento alla prima sosta per la notte vale qualcosa come due ore in piu’ sulla tabella di percorrenza del trekking.

Giustificate appunto e dal peso del tutto e dalle varie fermate per documentare al meglio l’ ascesa.

Ho perso il conto delle volte in cui ripercorro il sentiero a riprendere il treppiede con l’ apparecchiatura.

Ancora prima di domandare un letto, con una tazza di tea nero tra le mani, rispondo alle domande che mi vengono poste, dal gestore del rifugio, e dai clienti giapponesi che stanno concludendo la loro avventura.

Non sono troppo accomodante, proprio no, la stanchezza gioca il suo peso, doccia, pasto veloce e via ad abbracciare il cuscino.

Per altri gg ancora sara’ cosi’. Salita e fatica. Fino al giorno di riposo, in zona limite, 4mila metri scarsi, dove il mal di montagna e’ in agguato, dove consigliata e la sosta per l’ acclimatazione.

Un giorno per sistemare i contatti con casa e gli sponsor grazie ad un pc che funziona maledettamente a singhiozzo, un giorno per lasciare libere dall’ imbrago le spalle e la schiena messe a dura prova... e che "bruciano".

Non ho il tempo di terminare con l’ invio delle e/mail, vengo accerchiato da militari armati di fucile e...domande.

Non sono minacciosi, quello no, ma non realizzo immediatamente che succede e cosa essi vogliano.

M’ invitano a rientrare alla guest house e, con la complicita’ dell’ unico presente in grado di tenere una conversasione in inglese, ecco la spiegazione servita : l’ area in cui mi trovo, il Sagarmata National Park, non prevede l’ ingresso delle biciclette.

Sagarmata sta per Everest in lingua locale ( nella foto )

Che siano portate in spalla, o adoperate come si confa’, a loro non interessa e a nulla valgono le mie ragioni.

E anche il foglio d’ autorizzazione,"finto", preparato con la complicita’ d’ un agenzia locale, battuto in inglese e tradotto in nepali’, lascia il tempo che trova.

Ma c’e’ una spiegazione, illogica, ma c’e’ : la tensione nel Paese amplificava il tutto all’ ennesima potenza, una trovata simile, sulla quale avrebbero sorvolato tranquillamente, ( e cosi e’ stato per esempio nell’ entrare nella Riserva ) diventa un problema..

Un poco spavaldo e mosso piu’ dalla delusione che dal voler risultare supponente, non accetto la loro decisione ribadendo che il mio progetto deve continuare e che io....

Parole al vento quando un graduato fa la voce grossa, non transige e minaccia, non il sottoscritto ma piuttosto i ragazzi della guest house.

Se, proseguendo il trekking, avessi portato con me tutto l’ ambaradan, avrebbero passato dei guai.

Di che peso non mi e’ dato sapere.

In cuor mio credo d’ aver preso l’ unica decisione possibile, evitando frizioni a delle genti che risultano gia vittime d’ un sistema oppressivo.

Uno sgarro all’ orgoglio del militare graduato poteva far male.

E-mail veloce ad amici e sponsor per annunciare la resa dallo stesso, singhiozzante punto internet.

Nervoso come non mai, torno a valle.

La bici li appesa, legata alla portantina, anche dove avrei potuto "godermela", umore pessimo e morale a terra.

Meglio voltar pagina e affrontare la seconda parte del viaggio, quella in canoa.

Kathmandu’ da raggiungere in fretta dunque, con lo stesso volo interno, le nuvole a coprire la catena Himalayana, quasi a farsi beffa di me, o forse solo una mano a mitigar la delusione...del resto, com’ e’ il detto ?, “occhio non vede....”

Dicevamo della bicicletta, protagonista del Raid, tocca adoperarla ora, e dirigersi di gran carriera a sud, poco fuori dalla citta’, ad incrociare il Trisuli River, fiume che raggiunge il Chitwan National Park al confine indiano correndo tra strette gole ed incrociando un paio di affluenti.

La “cadrega”, che con l’ aggiunta delle due ruote diventa un piano d’ appoggio per la canoa gonfiabile al traino, e’ li pronta.

Tornera’ utilissima sulla strada del ritorno, quasi 300 km di strade per lo piu’ asfaltate, comoda e degna conclusione del “viaggio mix” pianificato.

Solo pianificato pero’. Una fresca mail racconta di seri problemi famigliari, il rientro e’ d’ obbligo e mette fine al Raid. Rimane l’ amaro in bocca e un senso di rivalsa.

Non passera’ molto tempo, tornero’ Nepal ! Non mi è andata giu !! Tocca che mi prenda la rivincita...